Bondi: "L’opera è nel caos? O cambia o muore"

31-10-2008

ll ministro: rivoluzionare i contratti di lavoro nei teatri

di SANDRO CAPPELLETTO

Il ministro Sandro Bondi è molto soddisfatto del modo in cui è stato approvato il federalismo, «riconoscendo che i beni culturali restano sotto la tutela dello Stato. Ringrazio il ministro per le Riforme».  E nella lunga conversazione nella sua stanza al ministero, nel palazzo cinquecentesco del Collegio Romano, promette di usare ancora il proprio peso politico: «Per cambiare le regole delle Fondazioni liriche, perché siamo giunti a un punto di saturazione, intollerabile». Accanto a lui, tenendo tra le mani fitte tabelle di dati - e di molti debiti - siede Salvatore Nastasi, suo capo di gabinetto, commissario straordinario del San Carlo di Napoli e dell’Arena di Verona, il funzionario che il ministero ha mandato in prima linea durante gli ultimi anni in questa dura fase di confronto.

Ministro, lei dice «cambierò le regole». A quale provvedimento sta pensando?
«In collaborazione con il mio collega e amico Sacconi, ministro del Lavoro, penso di mettere allo studio un provvedimento urgente che regoli in via definitiva la questione fondamentale: i contratti di lavoro nelle fondazioni lirico-sinfoniche. È impensabile che da anni non si firmi un nuovo contratto nazionale per il solo motivo di non far decadere gli attuali contratti integrativi che consentono a questi lavoratori, in alcuni casi, privilegi non giustificati, senza garantire un’adeguata produttività».

Quali privilegi?
«Per esempio, i contratti delle fondazioni prevedono 16 ore di lavoro a settimana e notevoli riposi compensativi che, di fatto, permettono di avere un secondo lavoro, che talvolta diventa quello principale dei professori di orchestra. A nessun dipendente, pubblico o privato, è permesso questo. Si pagano 14 o 17 mensilità di stipendio a seconda delle fondazioni. Per non parlare dell’ingessamento completo dell’organizzazione del lavoro con costi salatissimi o dell’automatico riempimento delle piante organiche. Orchestre, cori e maestranze sempre in sovrannumero: più si è, meno turni si fanno, più riposi si usano per lavorare al di fuori. Alla Scala, in questi giorni, qualche sindacato minoritario rifiuta un accordo che prevede migliaia di euro lordi all’anno in più! È un sindacalismo incontrollato e selvaggio che agita sempre lo spettro dello sciopero in vista del 7 dicembre o, in altri teatri, nelle date delle prime. Io dico basta, credo che i cittadini non approvino queste situazioni e questi comportamenti».

E se dovesse accadere, lo sciopero il 7 dicembre? Qualche sindacato scaligero l’ha annunciato per tutte le prime della prossima stagione.
«Non posso pensare che si giunga fino a un atteggiamento così irresponsabile, ingiustificato e impopolare».

Qual è l’attuale situazione debitoria dei nostri teatri?

«La somma dei deficit accumulati dalle fondazioni negli ultimi anni ammonta a molte decine di milioni di euro e ha di fatto depauperato in maniera permanente i patrimoni di questi enti. D’altronde, come poteva essere altrimenti in enti che spendono fino al 70% del loro budget in stipendi? C’è il concreto rischio che a breve vengano quasi tutti commissariati. Ormai il contributo dello Stato non basta neppure a pagare gli stipendi di questi 5 mila lavoratori».

Nel provvedimento urgente farà rientrare anche la questione dell’età pensionabile per i ballerini, fissata oggi a 52 anni per gli uomini e a 47 per le donne?
«Proporrò il sistema francese dei 42 anni per entrambi i sessi. Costa nulla all’erario, data l’esiguità dei casi e porta un beneficio enorme alla qualità artistica».

Nell’ultima Finanziaria il contributo per le fondazioni verrà ridotto del 17%. Per i prossimi anni si annunciano ulteriori contrazioni. Lo Stato intende abdicare dal suo storico ruolo di principale sostenitore dei teatri d’opera?
«No, l’opera è un’espressione artistica che nasce in Italia ed è sempre di più ammirata in tutto il mondo. Gli enti lirici in forma di fondazioni private rimarranno. Dopo la risoluzione dell’emergenza, chiederò una delega al Parlamento per riordinarne il funzionamento, ripensando anche al ruolo dei sindaci-presidenti come già avviene in importanti fondazioni culturali. Penso alla Biennale di Venezia, dove gli enti territoriali sono adeguatamente rappresentati, ma è un alta personalità della cultura a presiederne le attività».

I sovrintendenti la appoggiano o sperano che «passi la nuttata»?
«I sovrintendenti non vanno lasciati soli in questo momento, anche se nel passato non tutti hanno instaurato un corretto rapporto con i sindacati. Prevedo che lo Stato adoperi direttamente i suoi meccanismi di contrattazione, come negli altri settori pubblici e parapubblici, attraverso direttive specifiche e budget prestabiliti a fronte di un reale aumento della produttività. I sovrintendenti non sono più in grado di operare una reale contrattazione. Il contratto nazionale tornerà a essere, come dappertutto, l’unico vero strumento di lavoro, mentre gli integrativi saranno snellissimi. Incredibile, ma tutto il contrario di quello che avviene ora. L’opera italiana è la migliore del mondo, ma anche la meno produttiva».

I contratti si firmano sempre in due. Ci sono responsabilità condivise?
«Anche i sindaci dovranno aiutarci a prendere decisioni che solo una ristrettissima categoria di lavoratori privilegiati potrà ritenere penalizzanti. L’esempio recente dell’Alitalia mi sembra calzante. Del resto, sia i sindaci interessati che i soprintendenti mi hanno chiesto di intervenire con misure necessarie e ormai mature».

Quattordici fondazioni non sono troppe?

«Certamente la Scala e l’Accademia di Santa Cecilia hanno un ruolo e una visibilità particolari».

I teatri d’opera morirebbero se fossero loro applicati i consueti parametri economici.
«Una fondazione lirica non può rispondere alle regole vere e proprie delle aziende. Lo Stato dovrà sempre intervenire per sostenerla, ma a condizioni produttive e organizzative accettabili, come avviene in tutta Europa».

Si impegna a chiedere un aumento delle risorse?
«Solo dopo la soluzione dell’emergenza contrattuale. Sono sicuro che se ci presenteremo con le carte in regola, se avremo cioè dimostrato di voler affrontare finalmente i problemi non rinviabili di questo settore, allora Tremonti sarà disponibile ad ascoltarci e ad aiutarci. Potrò sedermi al tavolo non per chiedere più risorse, più agevolazioni fiscali e basta, ma per dimostrare che, dopo aver cambiato le regole, quelle risorse in più saranno utili per lo sviluppo dell’economia nazionale. L’opera può fare molto per questo».


30-11-2008 alle 23:00:37
marco s.
Non sono d'accordo. La lirica è una delle poche cose che identificano l'Italia nel mondo. Bisognerebbe incentivarla, rinforzare il settore, esportare, riempire le nicchie di mercato. Se il settore non regge è soprattutto colpa dei dirigenti incapaci di fare una politica culturale di distribuzione del prodotto di eccellenza nel mondo. Semplici e neanche bravi gestori di cinematografi di periferia. Quelli devono essere tagliati, non i finanziamenti ed il personale altissimamente qualificato dei teatri.
Marco S.
28-11-2008 alle 00:55:58
Asfodelo x
I dipendenti dei teatri lirici devono capire che bisognerà rinunciare a tanti privilegi che rendono la categoria una delle più "viziate" nel panorama lavorativo della nazione. Proprio come molti dei dipendenti Alitalia!!! Pena la chiusura per mancanza di soldi.


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